Sono davvero pochi, forse sono
l’unica che non ha interesse per il like, le visualizzazioni e tutte quelle “cose”
da social. Ho aperto questo spazio per promuovere quello che più mi stava a
cuore: la Fantascienza. Ma i tempi cambiano e dal 2010 a oggi è più importante
vedere uno che ti parla di un libro, in poco tempo perché non c’è tempo. SBAGLIATO! Il tempo per le cose
importanti si trova sempre. Se non ci riesci, manchi di logistica, di
organizzazione e siamo onesti, non te ne frega poi molto.
Quindi ti AVVERTO: Questo mio
articolo è dedicato a un grande artista, Sir Patrick Stewart., e solo leggendo capirai quanto
“grande”. Io non faccio liste di film in stile coccodrillo perché lo lascio
fare a chi non ha seguito davvero la carriera di questo grande uomo. Io ti dirò
come l’ ho conosciuto da bambina, come mi ha accompagnata per tanti anni fino a
pochi giorni fa. Ti farò fare dei collegamenti a cui non avevi pensato, ti
unirò serie e film che solo in apparenza sembrano distinti. E poi la mia
personale intuizione.
Insomma, ti farò ragionare. Eh, lo
so, di questi tempi non lo fanno tutti. Bhe, amico/amica, sei su Libri e
Caffelatte, qui la banalità non è mai stata di casa.
Si parte. Ho diviso l’articolo in 5 blocchi più le conclusioni finali.
Per comprendere davvero l’epopea di Star Trek: Picard, bisogna smettere di guardare gli
effetti speciali e iniziare a unire i punti di un mosaico morale che dura da
sessant'anni. Ma, soprattutto, bisogna fare un passo indietro e inchinarsi
davanti alla maestosità artistica di un uomo: Sir Patrick Stewart.
BLOCCO 1: Come l’ho conosciuto (La Scintilla Iniziale)
Se mi guardo indietro, mi rendo
conto di aver fatto un vero e proprio viaggio nel tempo insieme a lui. La prima
volta in assoluto l'ho incrociato nel 1981 in Excalibur, quel capolavoro medievale cupo e
nebbioso dove interpretava il nobile Re
Leodegrance, il padre di Ginevra, tra armature d'acciaio lucentissime e
poco veritiere, ma era un film diverso su Artù, con un Merlino che aveva messo
al chiodo il cappello a punta per indossare un elmo di metallo. Personalmente,
un film epico. Un cult.
Pochi anni dopo, nel 1984, l'ho ritrovato tra le sabbie di Arrakis nel visionario e folle Dune di
David Lynch, nei panni
del fedele maestro d'armi Gurney Halleck.
Ricordo ancora la grinta con cui faceva da mentore a un giovanissimo Paul
Atreides. Eh, sì, questo film ha diviso il pubblico, ma a me è sempre piaciuto.
Il vero shock, però, è arrivato dal 1987 in poi, quando è salito a bordo
della plancia più famosa della TV nei panni del Capitano
Jean-Luc Picard in Star Trek: The Next Generation.
Ora, io ero già fan della Classica e
avevo visto i 5 film. Amavo Spok, Spak, chiamatelo come volete, Leonard Nimoy. Non fraintendetemi, il
Capitano Kirk resta il primo, ma non era il mio capitano. Però l’equipaggio
aveva lasciato più che il segno. Sembravano insostituibili. E detto tra
noi, con la tecnologia che andava avanti, mi spiaceva non poter vedere più Star
Trek perché gli attori non potevano più andare avanti.
Ma un giorno, appunto, la notizia: Star Trek torna con The Nexr Generation.
Un po’ preoccupati noi fan, ma poi ho saputo anche Patrick. All'inizio lui era terrorizzato! I
suoi storici colleghi della Royal Shakespeare
Company, tra cui
Sir Ian McKellen, lo imploravano di non andare a "perdersi a
Hollywood" con la fantascienza. Patrick
era così convinto che la serie sarebbe stata un flop che passò tutta la prima
stagione a vivere fuori dalle valigie, sicuro che lo avrebbero cancellato dopo
sei mesi e che sarebbe tornato a Londra con una bella abbronzatura californiana.
Finalmente, la prima puntata. Appena l'ho visto in TV mi sono detta: "Ma io questo l'ho già visto!". Ho collegato i puntini con i film precedenti e subito dopo ho avuto un sobbalzo con un pensiero spontaneo (perdonami, ero giovane giovane): "Ma quest'uomo non ha mai avuto i capelli?"
Se oggi possiamo fare profonde
analisi filosofiche sulla Flotta
Stellare, è perché Patrick ha
infuso nel capitano Jean-Luc Picard
un’anima shakespeariana. Picard non è mai stato un eroe d'azione bidimensionale
o muscolare. Grazie alla recitazione sussurrata, fiera e intensamente umana di Patrick, il capitano dell'Enterprise-D
è diventato il guardiano morale della
galassia, l'emblema della diplomazia, della cultura e dell'intelletto
applicati all'esplorazione dello spazio profondo. Patrick ha portato la drammaturgia classica a bordo di
un'astronave, trasformando la plancia in un palcoscenico di dilemmi etici
insuperabili.
Tuttavia, fin dai tempi di The Next
Generation, Picard si
è ritrovato a essere lo specchio contro cui sbatteva l'ipocrisia dell'alleanza
più potente dello spazio: la Federazione. Una "gabbia d'oro"
istituzionale che richiedeva la perfezione e che, col tempo, avrebbe iniziato a
mostrare le sue prime, drammatiche crepe politiche.
A dire il vero, all'inizio il nostro
rapporto con The Next Generation è stato un po' turbolento. La prima e
la seconda stagione sono state decisamente deludenti e hanno fatto una fatica
tremenda a carburare. Si vedeva che
gli sceneggiatori stavano ancora cercando la rotta e forzavano Patrick a ammiccare alla telecamera,
scimmiottando l'atteggiamento da "macho" del Capitano Kirk. C'è
persino un momento memorabile (in negativo) in cui fa l'occhiolino a Tasha Yar, il capo della sicurezza.
Roba da non crederci. In più, la plancia era affollata di personaggi che non ingranavano: avevano inserito il "Numero Uno" (Riker) che era costruito in modo ambiguo, proprio a metà strada tra un consigliere per Picard alla Spock e il seduttore seriale alla Capitano Kirk, e poi c'era la psicologa di plancia, la Consigliera Troi, che sembrava quasi un elemento di troppo. Basti pensare che già nelle primissime puntate scopriamo che Riker e la Troi avevano avuto una storia d'amore in passato, con Picard costretto a prenderli da parte per chiedere, quasi con burocratica rigidità, se potessero comunque collaborare senza creare problemi a bordo. Un espediente da soap opera che serviva a riempire i vuoti.
E poi c'era lo stesso identico problema che aveva afflitto la serie
classica di Kirk: il primo episodio era decisamente troppo cerebrale.
Nella prima mitica messa in onda
assistiamo a "Incontro
a Farpoint", dove fa il
suo esordio Q, un'entità eterna che
giudica e mette sotto processo la razza umana.
Un inizio filosofico e profondo che,
esattamente come accadde con i primi passi della serie classica “Lo zoo
di Talos” dove compare il Capitano Pike, ripreso più avanti (rifiutata
inizialmente dalla NBC perché "too intellectual"), fu persino
riposizionato e spezzato nelle repliche successive per non spiazzare il
pubblico generalista. Guardandolo sullo schermo in quel debutto, noi fan
avevamo la netta sensazione che Patrik recitasse con un "collare",
costretto da una produzione che voleva a tutti i costi una copia della serie
classica.
Ma noi della community, che ci
parlavamo di persona alle fiere e scambiavamo fanzine cartacee, non avevamo
perso le speranze. Ci ricordavamo benissimo di averlo già visto in Excalibur e in Dune, e sapevamo quanto valesse. E
infatti, quando è arrivata la notizia della seconda stagione e abbiamo visto il
suo drastico, meraviglioso cambiamento... beh, il nostro pensiero collettivo è
stato un liberatorio: "Alè, alè, alè!".
Finalmente quel collare si era
spezzato e, una volta che il set di personaggi è diventato completo, l'Enterprise
aveva finalmente trovato la sua gloriosa, unica identità. Riker aveva trovato
la sua dimensione, la Consigliera si era rivelata una fantastica empatica
capace di leggere le pieghe dell'anima degli alieni, ed è emerso soprattutto Data, il
primo vero androide (e qui non
faccio spoiler per chi non ha mai visto la serie, ma la sua storia e quella dei
prototipi venuti prima di lui è magistrale), la cui ricerca dell'umanità ha
regalato allo serie una profondità filosofica commovente.
Per non parlare di Worf, il Klingon, la cui evoluzione culturale ha
staccato definitivamente lo serie dall'ombra del passato. Se nella Classica i Klingon
erano “uomini” vestiti diversi”, qui è arrivato il trucco, la maschera con la fonte
alta e le treccine (un pochino alla Predator, ma fa nulla), la cultura Klingon,
l’accoppiamento. Insomma, dopo i trattati di Khitomer i Klingon sono arrivati in plancia
e Worf è taltmente piaciuto che è finito anche in DS9.
L’unico personaggio che ha sempre
stonato in quel set perfetto era il "bambino genio", Wesley Crusher, decisamente troppo
infallibile per risultare simpatico. Un personaggio che non è andato a genio
proprio a nessuno, nemmeno al mitico
Sheldon Cooper di The Big Bang
Theory, che ha
trasformato l'attore Wil Wheaton nel suo acerrimo nemico giurato proprio per i
traumi da convention legati a Wesley! Gli sceneggiatori di Star Trek capirono
così bene l'errore che nella serie successiva, Deep Space Nine, inserirono il figlio del Capitano
Sisko, Jake, creandolo
completamente diverso: un ragazzo normale, con i suoi dubbi e le sue passioni
terrene, regalandoci un rapporto padre-figlio finalmente reale.
Io, che in Star Trek avevo sempre preferito di gran
lunga la logica e la compostezza di Spock, ho trovato in Picard il mio ideale. Finalmente non c'erano più ammiccamenti e
conquiste a ogni puntata. C'era un uomo serio, ligio al dovere, profondamente
colto. E se siete dei veri fan di Star Trek, sapete bene che Picard non era
affatto un uomo ritroso all'amore; semplicemente, non si svendeva. Sapeva
aspettare la persona giusta. Il suo rispetto e quel sentimento maturo, profondo
per la Dottoressa Beverly Crusher me lo hanno fatto amare ancora di più,
dimostrando una capacità di provare sentimenti immensa, ma con una dignità
d'altri tempi. Un uomo con una straordinaria profondità storica, che ascoltava
la lirica e che, in un futuro iper-tecnologico, leggeva ancora i veri libri di
carta.
Chi si ricorda i dettagli del suo studio a bordo della nave lo sa bene: Picard era legatissimo alla Terra,
alle sue radici e ai valori storici. Sorseggiava con orgoglio il suo vino
rosso, il Château Picard, proveniente proprio dal vigneto di famiglia in
Francia. E attorno a sé, sulla scrivania e sugli scaffali, custodiva il coltello
Tamariano, simbolo di
una fratellanza nata su un campo di battaglia (e qui lasciatemi fare la nerd:
quell'incredibile episodio, Darmok, è chiaramente ispirato a un film
cult che adoro con Dennis Quaid, Il mio nemico del 1985. A questo proposito, meno male che
in Star Trek si sono fermati prima nel copiare la trama: nel film l'alieno è
ermafrodita, partorisce e Dennis Quaid si ritrova a fare il genitore... meno
male che a Picard hanno risparmiato un ruolo poco consono a lui). Nello studio
spiccava poi il commovente flauto Ressicano, unico legame con una civiltà estinta di cui aveva
vissuto i ricordi; la preziosa statuetta Kurlan Naiskos ricevuta dal suo mentore, fino al
modellino della sua prima amata nave, la Stargazer, e a fossili marini terrestri. Ogni
singolo pezzo gridava il suo amore per la memoria. Ma la collezione delle astronavi
aumenterà nella serie e nei film.
BLOCCO 3: Marvel (Il Leader dei Mutanti)
Se Jean-Luc Picard ha consacrato
Patrick Stewart nell'olimpo della fantascienza, l'universo Marvel lo ha
trasformato nel volto definitivo dell'evoluzione umana: il Professor
Charles Xavier.
Qui Patrick compie un miracolo
attoriale speculare a quello di Star Trek, ma ancora più complesso. Se
nell'Enterprise interpretava un leader che camminava fiero in uniforme, nella
saga degli X-Men della Marvel
interpreta un leader potentissimo costretto su una sedia a rotelle. Patrick domina
la scena e emana un'autorità paterna rimanendo completamente
immobile. Tutto il
suo potere si concentra nell'espressività del volto, nell'intensità degli occhi
e in quella voce profonda che sembra scavare nella mente dello spettatore,
esattamente come Xavier fa con i suoi mutanti.
E qui scatta il PRIMO MIO collegamento: l'ipocrisia della società verso il
"diverso" nel mondo Marvel è identica a quella della Federazione in
Star Trek. L'umanità
teme e persegue i Mutanti (l'Homo Superior). Davanti a questo razzismo, Magneto risponde con
l'odio e il desiderio di sottomissione (diventando l'equivalente Marvel di tiranni
spaziali come Khan o Shinzon). Charles Xavier, invece, fa la scelta di Picard: l'onestà, la
diplomazia, la coerenza interiore. Costruisce una scuola per insegnare a
proteggere un mondo che li odia e li teme.
Questa totale integrità lo accompagnerà
fino al suo storico cameo nel Marvel Cinematic Universe (Doctor
Strange nel Multiverso della Follia), dove a 82 anni suonati pronuncia una frase-icona
che riassume la sua intera filosofia: "Solo perché qualcuno perde la
strada, non significa che sia smarrito per sempre".
BLOCCO 4: Tra Genio e Ironia (Le Scene Comiche e la
"Manovra")
Per essere un leader credibile, devi saper accettare
che i tuoi stessi alleati ti prendano in giro. Patrick Stewart ha sempre usato l'ironia per rendere umani i suoi giganti.
Prendiamo l'universo Marvel. Nel
primo film degli X-Men, il selvaggio Wolverine viene portato nella scuola
mutante e, vedendo i nomi in codice altisonanti degli altri (Ciclope, Tempesta…)
gela il Professore con una battuta diventata leggenda: "E a te
come ti chiamano, Rotelle?". La reazione di Patrik è un capolavoro: un mezzo
sorriso, uno sguardo colmo di pazienza paterna, e la calma di chi non ha
bisogno di gridare per dimostrare chi è l'adulto nella stanza. Mitico!
Questo approccio si riflette
perfettamente nel dietro le quinte di Star Trek con la celebre "Manovra
di Picard". Nelle
prime stagioni, le divise della Flotta erano così strette e scomode che
tendevano ad arricciarsi ogni volta che ci si sedeva. Per rimediare senza
interrompere la recitazione, Stewart iniziò a dare quel colpo secco
verso il basso alla giubba con due mani prima di sedersi. Un tic nato da un difetto
sartoriale che l'attore ha trasformato in un gesto di carisma assoluto: persino dopo aver preso a cazzotti i Borg
sul ponte di comando, Picard si risistema la giubba, ripristina l'ordine sul
caos e si siede. L'eleganza che sconfigge la barbarie.
BLOCCO 5: Parole che restano (Le Frasi di Partenza e
l'Onestà di Data)
La storia di Star Trek è segnata dalle iconiche
"frasi di partenza" che definiscono lo stile di ogni comandante:
- Capitano Kirk: Partito dai comandi militari della serie classica, nei film firma il suo stile con un gergale e sicuro: "Motori avanti. Ci porti fuori" (Take us out), tramandato come un testimone sacro in Generazioni.
- Capitano Janeway: Pragmatica, isolata nel Quadrante Delta, taglia corto con un secco e deciso: "Fatto." o "Procedere" (Do it).
- Capitano Sisko: Uomo d'azione sulla nave da guerra Defiant, si affida al comando fisico: "Mollare gli ormeggi" (Take us out), alternato a "Massimo ingrandimento" durante le battaglie.
- Capitano Picard: Con la sua classe regale, ha scolpito nella pietra i leggendari: "Attivare!" (Engage!). Un'eredità così pesante che nella stagione finale di Picard genera un siparietto comico, con l'ex ammiraglio che brontola perché i nuovi capitani (come Sette di Nove) vogliono scegliersi una frase personalizzata: "Ai miei tempi bastava dire 'In marcia!".
Ma la frase che definisce il trionfo
dell'onestà sulla menzogna è quella di Data in Primo
Contatto, quando
rivela il suo vacillare davanti alla Regina Borg: "Per
0,68 secondi ho vacillato. Per un androide, capitano, quella è
un'eternità."
La Regina Borg commette un errore
materialista: pensa che l'umanità sia solo pelle, carne e recettori nervosi. Ma
Data sapeva già. Aveva conosciuto il vero sentimento nella prima
stagione di TNG con la guerriera della sicurezza Tasha Yar. Tasha, che cercava la sicurezza in
una macchina pura, gli aveva dato l'anima e l'affetto pulito. La Regina gli
offre la carne come strumento di ricatto. Data resiste perché la sua
programmazione non mente, e non può accettare una simulazione vuota al prezzo
del tradimento. E la cosa straordinaria è che quel calcolo positronico durato 0,68
secondi è la cellula madre da cui nascono le sue figlie biologiche (Dahj
e Soji) vent'anni dopo in Picard: una vita organica nata dall'amore
e dalla verità, non dall'inganno Borg.
BLOCCO 6: Il Teorema dell’Ipocrisia: da Khan a Sette
di Nove, l’Umanità della Flotta Stellare riflessa negli occhi di Patrick
Stewart. (Gli Spunti di Riflessione)
Dietro la facciata utopica della Federazione si
nasconde un’ipocrisia politica ciclica. La Flotta Stellare usa la tecnologia,
ma ha paura dell'anima di chi la incarna.
- Lo hanno fatto con Khan e i superuomini, creati per la guerra ed esiliati su un pianeta morente.
- Lo hanno fatto con i Maquis, coloni umani delle Badlands sacrificati e dichiarati terroristi per ragioni di scartoffie e trattati diplomatici con i Cardassiani.
- Lo hanno fatto i Romulani in Nemesis con Shinzon, il clone genetico perfetto di Picard, usato per un complotto e poi abbandonato a morire come uno schiavo nelle miniere di Remus.
- E lo hanno fatto con Sette di Nove. Nel finale di Voyager, l'Ammiraglio Janeway ruba tecnologia Borg avanzatissima dal futuro per portare la nave a casa. La Flotta Stellare copia e installa quei siluri e quelle corazze sulle proprie navi, dicendo "sì" alla tecnologia dei Borg, ma sbatte le porte in faccia a Sette di Nove a causa del pregiudizio. Hanno accettato l'arma, hanno rifiutato la persona che poteva essere il ponte perfetto tra i due mondi.
Quando la serie Picard inizia, l'ammiraglio ha disobbedito
all'ultimo consiglio di Kirk in Generazioni: "Non farsi promuovere, non lasciare la plancia
della nave, perché è lì che si fa la differenza". Picard è diventato Ammiraglio, è
rimasto impigliato nella politica della Flotta, non è riuscito a salvare i
Romulani dalla Supernova ed è stato sconfitto dalla paura dell'istituzione,
finendo per impazzire di dolore e isolarsi nel suo vigneto.
![]() |
| ATTIVARE! |
CONCLUSIONE: La Parabola dell'Unico Eroe e il Volo di Patrick
Stewart
Se guardiamo l'intera carriera di
Patrick Stewart da una prospettiva più alta, capiamo che l'attore non ha
interpretato tanti ruoli diversi, ma ha dato vita a un unico grande
archetipo di leader morale che si è evoluto e trasformato attraverso i decenni, fino a raggiungere il
limite massimo.
Questo personaggio, nato in teatro,
si è congelato nella gabbia di perfezione di Picard in TNG. Per espandersi
ancora, ha dovuto cambiare universo e salire sulla sedia a rotelle di Charles
Xavier per la Marvel, esplorando la debolezza e toccando il fondo della
vecchiaia e della morte in Logan. Ma quella morte è servita a liberare l'eroe originale.
Tornato in Star Trek come Produttore
Esecutivo, Patrick Stewart ha modificato i copioni e cambiato le
frasi, imponendo
che Picard evolvesse attraverso la vulnerabilità. Ha spogliato il capitano
della sua armatura invincibile, facendolo morire nel suo vecchio corpo
biologico per farlo rinascere uomo. Solo così, nella terza stagione di Picard, l'eroe può finalmente completare
il suo viaggio: non più da solo sul piedistallo, ma seduto a un tavolo da poker
a ridere con la sua vera famiglia. E al suo fianco c'è Sette di Nove,
l'anti-Khan, che non risponde all'abbandono con l'odio, ma conquista la Flotta
con il merito, diventando il nuovo Capitano della USS Enterprise-G e
realizzando la profezia di Kirk.
In questo instancabile viaggio tra
le stelle e i confini della mente, quell'unico grande personaggio si è espanso
a tal punto da rompere i confini tra le generazioni, trasformandosi sotto i
nostri occhi in una figura mitica, quasi una divinità dell'epica greca antica.
Ma il vero miracolo di questa parabola non è cinematografico, è umano: mentre Patrick Stewart pensava di espandere e dare
la vita a Jean-Luc Picard e a Charles Xavier, in realtà stava espandendo se
stesso. Spezzando le loro armature, ha liberato il proprio immenso talento,
dimostrandoci che l'arte drammatica non serve a nascondersi dietro una
maschera, ma a diventare, un pezzo alla volta, Eterni.
Per chiudere, Shakespeare lo
recitano in molti, chi recita le sue opere dicono possa recitare tutto.
Patrick Stewart non ha solo recitato, ha creato, e questo non lo posso fare
tutti.
Grazie, un immenso grazie per il tuo talento per i tuoi momenti epici
scolpiti nella mia memoria, e spero ora anche in chi ha letto questo mio
articolo.
Ciao Patrick, mi mancherai.









Nessun commento:
Posta un commento